Willorin

Podcast:

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Porta esterna di accesso a Loch
Anno 196 dalla fondazione della città

Una forte pioggia battente rendeva scivoloso il sentiero che si inerpicava sul ripido pendio della montagna
al cui interno era custodita la città conosciuta in tutto l’Impero con il nome di Loch.Le poche guardie che
erano rimaste a vigilare i cancelli di accesso alla galleria, in quell’oscuro e gelido pomeriggio autunnale,
scorsero in lontananza una figura che, sfidando il nubifragio, lentamente si avvicinava reggendosi ad un
nodoso bastone nel tentativo di non sprofondare nel fango.

Al loro cospetto si presentò un uomo vestito come un frate, completamente fradicio e intirizzito dal
freddo. Convinto di voler risolvere la questione il prima possibile, un armigero uscì dal tepore della guardiola e si
avvicinò al nuovo arrivato.

“Cosa ti porta a sfidare questa tempesta viandante?”

Di tutta risposta l’altro si levò il cappuccio che gli copriva il volto per mostrarsi alla guardia cittadina. Era un
uomo di mezz’età completamente calvo. Il suo viso era scavato ed era estremamente pallido.

“Mi chiamo Willorin e non sono altro che un umile monaco” disse scandendo le parole cercando di
sovrastare lo scrosciante rumore della pioggia gelata.

“Mi sto recando al monastero per ultimare i miei studi e conferire con il mio maestro”.
Senza ulteriori indugi la guardia fece cenno di aprire i cancelli.

Sai come raggiungere il monastero?”.
Il frate, senza più guardare l’armigero e annuendo con la testa si diresse velocemente verso la galleria che
conduceva all’interno della montagna.

Willorin non raggiunse mai il monastero; alcuni pescatori videro il misterioso viandante intrufolarsi nei
cunicoli che si aprivano vicino al lago, nella zona più bassa della città.

Nei giorni successivi venne ritrovato nei boschi subito fuori Loch, il corpo di un uomo completamente
dilaniato dai lupi. L’aspetto più inquietante del cadavere, completamente svestito, era il costato squarciato
e l’assenza del cuore. Per via della collana che portava, venne dedotto che si trattava di un monaco del
Sacro Culto.

Grotta sotterranea in Dämonen Loch, Quartiere Torre Arcana
Anno 256 dalla Caduta di Loch

Gast lentamente riprese conoscenza.

Sentiva le palpebre pesanti e non riusciva ad aprire gli occhi. A fatica provò a muovere le dita della mano e
quando si accorse che si erano riprese dal torpore provò a sgranchire anche le braccia ma, con un fremito di
paura, si accorse che erano legate.

Conscio che qualcosa non andava aprì di scatto gli occhi: l’ambiente in cui si trovava era interamente
avvolto dall’oscurità.

Constatando di essere completamente nudo e di trovarsi sdraiato sopra ad un tavolaccio di legno con
diverse cinghie di cuoio che gli bloccavano le gambe e le braccia, Gast provò a gridare ma la bocca era
impastata e proruppe in un sordo mugugno disperato.

Non aveva idea di cosa fosse successo e non si ricordava le circostanze che lo avevano portato a trovarsi in
quella situazione. Poco prima di risvegliarsi completamente legato si era perso nei vicoli nebbiosi della
Torre Arcana, di ritorno da una missione che aveva portato a termine con successo; questo se lo ricordava.
Non aveva incontrato nessuno e non gli sembrava di essere stato seguito. Ma ad un certo punto, per via
della fitta nebbia, aveva imboccato una serie di vicoli che non conosceva e si era perso.

I pensieri di Gast vennero bruscamente interrotti quando qualcosa di viscido, simile ad una lunga e grossa
lingua, gli accarezzò il capezzolo sinistro.

L’uomo sentì il tavolo su cui era sdraiato cigolare come se qualcuno, o qualcosa, si fosse appoggiato con
tutto il suo peso.

Quando avvertì dei movimenti sopra di lui e provò in tutti i modi a divincolarsi: le gocce di un liquido caldo
gli caddero addosso e Gast avvertì nuovamente quell’oggetto viscido strofinarsi sul suo petto.
L’uomo sentì anche il tocco leggero di lunghi e fini capelli sul suo viso e le sue narici furono invase da un
tanfo nauseabondo. Una voce gelida e inumana gli bisbigliò parole sconnesse all’orecchio destro.
Terrorizzato proruppe in un grido disperato ed in un istante tutto sembrò placarsi; era nuovamente solo e
tremante in mezzo alla più profonda oscurità.

Gast avvertì dei passi in lontananza e dopo qualche momento sentì un chiavistello aprirsi cigolando.
Una lanterna illuminò flebilmente l’angusto stanzino in cui era imprigionato: i muri di pietra grezza che
trasudavano umidità erano cosparsi di simboli e scritte incomprensibili che sembravano tracciati con il
sangue; sul soffitto, proprio sopra a dove si trovava, era disegnata una figura aberrante con due occhi
giganteschi che lo fissavano malignamente.

Dalla posizione in cui si trovava Gast non riuscì subito a distinguere l’individuo che era entrato nella stanza
reggendo la lanterna.

“Dove mi trovo e cosa vuoi da me?” sbraitò verso il nuovo arrivato che, dopo aver appoggiato il lume su di
un tavolo sembrava indaffarato a trafficare con diversi arnesi metallici, senza degnarlo della minima
attenzione.

“Liberami bastardo” sbottò “Io sono il terribile Gast della Gilda dei Corvi Cremisi, temuti e rispettati in tutta
DemLoc”.

“Ed io sono Willorin” rispose l’individuo con una voce glaciale e profonda che sembrava provenire da ogni
direzione ed echeggiare per tutto l’ambiente.

Gast rimase paralizzato da quelle poche e semplici parole.

Willorin.
Willorin il divoratore di anime.

In quegli anni quel nome era tristemente conosciuto in tutta la città ed associato ad i più turpi omicidi ed
alle più violente uccisioni.

Terrorizzato iniziò ad urlare con tutte le sue forze e cercò in ogni modo di liberarsi dai lacci che lo tenevano
saldamente ancorato al tavolo.

Willorin si avvicinò lentamente e gli appoggiò una mano sulla gamba, quasi a volerlo tranquillizzare. Una
sensazione di pace pervase il corpo di Gast.

“Ecco da bravo, non avere paura” la voce glaciale dell’uomo contrastava con il tepore che emanava il suo
tocco.

Willorin era vestito con uno sfarzoso abito rosso, aveva un aspetto cereo, era completamente calvo e aveva
due profondi occhi incavati in un viso quasi scheletrico.
Era bastato quel semplice tocco a paralizzare completamente il prigioniero che non riusciva più a muoversi,
voleva urlare con tutte le sue forze ma dalla sua bocca spalancata non usciva più alcun suono.
Willorin a quel punto pronunciò alcune parole incomprensibili ed estrasse un pugnale cesellato.
Gast provò nuovamente a dimenarsi ma il suo corpo non rispondeva ai suoi comandi, la bocca era
paralizzata in un urlo disumano che però riecheggiava soltanto nella sua mente.

Il pugnale lentamente si avvicinò al suo petto.
L’uomo seguì impotente e terrorizzato la traiettoria della lama.

Un dolore bruciante all’altezza dello sterno gli fece capire che l’arma era appena penetrata nel suo corpo.
Ci fu uno scricchiolio di ossa rotte e cartilagini stirate.

Gast avrebbe voluto chiudere gli occhi ma non riusciva a fare altro che fissare quella orrenda immagine sul
soffitto che a sua volta lo fissava mentre un dolore indescrivibile sconquassava la sua mente e il suo corpo.
Willorin ci mise qualche minuto ma infine, con un brusco strattone, estrasse il cuore pulsante della sua
vittima.

Gast esausto sentì le forze lentamente abbandonarlo ma un inenarrabile terrore lo sconvolse poco prima
che l’oscurità lo avvolgesse.

Solo in quel momento si accorse che un essere aberrante, partorito dai più folli incubi, era al suo fianco e lo
stava fissando con due enormi occhi ardenti come la brace.

Gast vide Willorin porgere il suo cuore, ancora attraversato da deboli fremiti, a quella creatura infernale
mentre l’oscurità perpetua lo accolse tra le sue gelide braccia.

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